Evolution never sTOPS!
𝙃𝙤𝙢𝙤 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞: sepolture intenzionali o processi naturali?
Questa specie è molto particolare, soprattutto per via del contesto deposizionale nel quale sono stati trovati i resti.
𝙃𝙤𝙢𝙤 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞: NOTIZIE E CURIOSITÀ
11/21/20257 min leggere
𝙃𝙤𝙢𝙤 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 per certi versi sta creando problemi, o meglio: non sono i fossili a creare problemi, ma alcune interpretazioni riguardanti la sepoltura volontaria, o presunta tale, rinvenuta nel famoso Rising Star Cave System in Sudafrica. Sono uscite pubblicazioni su pubblicazioni in cui, da un lato, c’era chi, come lo scopritore Lee Berger, affermava che effettivamente ci fossero sepolture volontarie; dall’altro, invece, alcuni ricercatori che hanno analizzato dati prettamente geologici smentivano, scientificamente parlando, l’idea iniziale di Berger. Ma la palla sembra essere ritornata proprio a Lee Berger in modo indiretto, perché sulla pubblicazione del 2023 ci sono state delle revisioni pubblicate a marzo 2025 proprio dagli autori originari.
Bene, incominciamo!
I fossili rinvenuti in questo sistema sono importantissimi perché si tratta di accumuli scheletrici articolari e supportati da una matrice sedimentaria, e ciò indica una rapida copertura prima della decomposizione dei tessuti molli. I ricercatori quindi, nel 2013-2014, trovano nell’area della cosiddetta "Puzzle Box" almeno 6 individui, ed era stata esclusa l’ipotesi di decomposizione “fuori dal sedimento”, cioè di individui morti e poi successivamente trasportati e seppelliti nelle insenature dai sedimenti. Era stata inizialmente esclusa l’ipotesi di sepoltura dovuta al cosiddetto “slumping gravitazionale” o da movimenti naturali dei sedimenti, e ciò ha portato all’ipotesi della “cultural burial”, quindi sepolture legate a pratiche mortuarie.
Ma come si definisce, o come si capisce, se ci si trova davanti a una sepoltura volontaria? In genere, almeno per quanto riguarda gli esseri umani, si definisce sepoltura quando si crea intenzionalmente una fossa, vi si colloca il corpo del defunto e lo si ricopre con i sedimenti. Le più antiche pratiche funerarie erano state attribuite a 𝙃𝙤𝙢𝙤 𝙨𝙖𝙥𝙞𝙚𝙣𝙨 e 𝙃𝙤𝙢𝙤 𝙣𝙚𝙖𝙣𝙙𝙚𝙧𝙩𝙝𝙖𝙡𝙚𝙣𝙨𝙞𝙨, nel Pleistocene superiore, anche se esistono un bel po’ di differenze tra queste specie. Per esempio, il Neanderthal seppelliva i defunti senza molti oggetti, mentre con il Sapiens abbiamo anche l’accompagnamento dei defunti con fiori. Ma qui si tratta anche di collocare i defunti in depressioni naturali o in nicchie rocciose che poi venivano ricoperte in modo naturale dai sedimenti. Il fatto che esistano sepolture volontarie non c’è dubbio; l’unico problema, che ha portato anche alla rivalutazione e reinterpretazione di questi siti, è capire quali siano gli elementi base e condivisi tra le popolazioni per distinguere una sepoltura intenzionale da un processo del tutto naturale. Questo, ad esempio, è difficile da studiare quando le sepolture sono prive di corredo funerario, che nel Pleistocene in realtà sono le più comuni.
Insomma, non è un campo semplice da studiare anche perché le diverse metodologie di studio, ignorando per esempio che si trattasse di una sepoltura volontaria oppure, grazie alla ricchezza di fossili e oggetti, interpretare quel sito come “funerario”, complicano tutto. E lo scopo della ricerca pubblicata nel 2023 è proprio questo, cioè capire se anche in Sudafrica ci si trovi davanti a una sepoltura volontaria.
Incominciamo però a studiare il contesto geologico del Rising Star Cave System, perché si tratta di un sistema caratterizzato da 4 km di passaggi e camere, che si estende in un’area sotterranea tra i 200 e i 400 metri. I resti di 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 (alcuni dei tanti, e quelli citati nel lavoro del 2023) sono stati trovati a una distanza di circa 30 m sotto la superficie e a circa 80 m dall’ingresso più vicino. Ciò che sorprende è che non esiste un accesso diretto dalla superficie: infatti bisogna percorrere un percorso minimo di almeno 100 m. I resti sono stati trovati nella cosiddetta Dinaledi Chamber e nella Hill Antechamber, e in altre “camere” che possono distare anche 40 m tra di loro.
Gli scavi iniziali iniziarono tra il 2013 e il 2014 e le prime datazioni erano basate su US-ESR su due denti, con un intervallo compreso tra 139–335 ka, e su U/Th su flowstone che ingloba osso, con una datazione di circa 244 ± 3 ka, che risulta essere l’età minima per i fossili. La cosa interessante è che non è stato trovato nessun macrofossile di animale associato direttamente ai resti di 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞, mentre la microfauna è comunque rara. Nella Lesedi Chamber, scoperta nel 2013, però, non si ha ancora una datazione precisa e sembra che ci siano resti di microfauna e di piccoli carnivori, ma l’associazione temporale è incerta.
Ciò che si capisce è che i nuovi reperti, assieme alla ri-analisi degli scavi precedenti, risultano essere coerenti con una deposizione intenzionale dei corpi nalediani. Tuttavia, ci sono comunque dati importantissimi da analizzare per capire se la deposizione sia davvero compatibile con processi naturali o con processi del tutto culturali. Gli autori affermano che i “modelli di decomposizione” usati nello studio derivano dalla letteratura su cadaveri in grotte e riguardano l’articolazione e la disarticolazione delle ossa e le dinamiche del collasso del corpo quando è ricoperto da sedimenti. La posizione degli arti, per esempio la loro flessione spaziale e le disposizioni composte, indicano che è altamente compatibile con corpi che sono stati ricoperti mentre i tessuti molli erano ancora presenti, e lo schema in generale è incompatibile con corpi completamente scheletrizzati (cioè privi di parti molli) e poi depositati e rimaneggiati successivamente. Insomma, l’idea di base è che i corpi si siano decomposti nel luogo di sepoltura.
Dal punto di vista geologico anche i dati sono molti: per esempio, i sedimenti associati ai fossili mostrano tessiture fini, ma non sono presenti evidenze che indichino trasporto e sorting granulometrico (disordine della composizione granulometrica dei sedimenti), né l’assenza di laminazioni indicanti flusso idrico. Ciò indica quindi che la deposizione è avvenuta in ambienti asciutti e isolati e che il riempimento nelle cavità è stato graduale. E sembra che manchino episodi in cui l’acqua abbia rimosso o ridistribuito le ossa. Inoltre la composizione fisica e chimica dei sedimenti esclude “ingressi catastrofici” o crolli improvvisi capaci di seppellire i corpi dall’esterno. Insomma, tutto ciò supporta l’idea che vi sia stata una deposizione diretta del corpo direttamente sul pavimento della camera.
E ciò che sembra comunque confermare queste ipotesi è proprio l’incompatibilità del trasporto dei corpi da parte della gravità o dell’acqua. Infatti, il trasporto idrico non è supportato per via dell’assenza di abrasione, di orientazione preferenziale e di selezione dimensionale dei resti. Senza contare che non sono state trovate tracce di fratture da trasporto o evidenze di passaggio d’acqua o di strutture sedimentarie trasportate proprio dall’acqua. Se ci fosse stato un flusso d’acqua capace di essere l’artefice di questa sepoltura, non sarebbero state possibili le connessioni articolari delle strutture ossee e, in generale, la posizione e la distribuzione dei corpi nelle fessure e nelle camere, anche perché i condotti che collegavano le varie zone non erano molto larghi, e se fosse passato un corpo intero sarebbe rimasto incastrato o ci sarebbero state fratture consistenti dei resti.
Anche dal punto di vista gravitazionale c’è qualche problema, proprio perché non esistono aperture verticali disposte sopra le camere, quindi i corpi non sarebbero potuti cadere dall’alto, anche perché le ossa non mostrano fratture da impatto o dispersioni verticali, oltre a non esserci carcasse di macromammiferi che sarebbero dovuti cadere assieme ai resti dei nalediani. Anche i crolli o comunque i movimenti dei sedimenti non sono supportati dalle ossa, perché le connessioni articolari delicate non sarebbero arrivate nelle camere intatte, soprattutto se fossero crollati interi blocchi sedimentari. Infatti non sono presenti linee di contatto erosive o superfici di taglio.
E anche dal punto di vista biotico non sono presenti segni di rosicchiamento o di morsi, così come segni di digestione o di perforazione da denti. Insomma, non sembrano trattarsi di accumuli selettivi tipici dei carnivori. Nemmeno nei sedimenti si trovano tracce di carnivori, quindi questo esclude anche un deposito secondario da parte dei predatori o un rimaneggiamento in superficie prima di essere seppelliti.
Ciò che suggeriscono i dati è che gli eventi di deposizione sembrano essere stati molti e distinti e in diverse aree, e ciò non sarebbe spiegabile con fenomeni naturali superficiali, ma più con caratteristiche ricorrenti associate a una scelta deliberata e non accidentale. E ciò è supportato dalla morfologia dei passaggi: infatti, l’accesso alle camere è caratterizzato da passaggi che raggiungono a malapena i 50 cm (di larghezza), con percorsi che si estendono anche oltre i 100 metri dalla superficie. Quindi bisognava essere a conoscenza del sistema e delle strutture della galleria, anche perché i movimenti avvenivano in spazi completamente bui. E ciò denota che 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 conoscesse a memoria, o comunque avesse un’ottima conoscenza, delle gallerie sotterranee e che il trasporto del corpo richiedesse comunque una certa coordinazione fino alla scelta del luogo, non casuale. Insomma, la prova di almeno una buca scavata, la presenza di un corpo articolato nella buca stessa e una copertura rapida sembrano sostenere l’idea che questi corpi siano stati trasportati volontariamente.
Le evidenze, comunque, di Dinaledi e Hill Antechamber, per gli autori, sarebbero le più antiche sepolture del genere 𝙃𝙤𝙢𝙤, più antiche di tutte le sepolture 𝙃. 𝙨𝙖𝙥𝙞𝙚𝙣𝙨 africane note (fino a 160.000 anni di anticipo). Sono invece più recenti del “sistema mortuario” di Sima de los Huesos (~430.000 anni), con il comportamento mortuario neandertaliano che è ben noto e attestato nel Pleistocene medio e superiore.
Ciò su cui si puntava qualche tempo fa, e che è confermato anche da studi prettamente zoologici e biologici, è che il volume cerebrale non denota un’intelligenza o comunque comportamenti “superiori” (la capacità cranica di 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 è simile a quella di unaaustralopitecina), ma si tratterebbe di un’attività che accompagnerebbe il genere Homo (o forse gli ominini in generale) da migliaia di anni e potrebbe essere anche un adattamento o un comportamento comparso in modo indipendente. Infatti, al momento si sa che a livello morfologico si tratta di una specie molto distante dalla nostra o da specie più derivate (cioè comparse in tempi successivi), portando i ricercatori a pensare che l’antenato comune tra gli ominini e gli umani moderni possa essere comparso e vissuto almeno nel Pleistocene inferiore (2,5 – 0,7 milioni di anni circa). Insomma, i comportamenti funerari potrebbero essere più antichi di quanto ipotizzato e attestato, oppure potrebbero essersi evoluti in modo convergente in più gruppi di ominini, e essere comparsi in popolazioni differenti e in periodi differenti.
Lo sbaglio fatto in precedenza è che il comportamento funerario veniva spiegato come funzione del volume cerebrale, soprattutto se compariamo la capacità cranica con quella di un Neanderthal, che poteva raggiungere anche i 1500 cc. Ciò quindi toglie, o comunque potrebbe togliere in futuro, molti primati al Neanderthal e al Sapiens, in quanto il depositare i morti in contesti sotterranei complessi e coprire rapidamente i corpi è sinonimo di una cultura ben sviluppata nel corso delle generazioni. È quindi possibile anche che non sia comparsa direttamente con 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 e che si tratti di un carattere trasmesso di generazione in generazione (modificandosi nel tempo). Sostanzialmente, ciò che cercano di dire gli autori è che i comportamenti simbolici e complessi potrebbero non essere una prerogativa di ominini “dal cervello grande”. E ciò è normale se studiamo anche i comportamenti di scimpanzé e di altri primati che hanno una capacità cranica comparabile a quella di 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞.
E quindi a livello filogenetico? Come detto prima, si tratterebbe di una specie slegata da 𝙃. 𝙨𝙖𝙥𝙞𝙚𝙣𝙨 e 𝙃. 𝙣𝙚𝙖𝙣𝙙𝙚𝙧𝙩𝙝𝙖𝙡𝙚𝙣𝙨𝙞𝙨 e potrebbe essere un antico “ramo” umano, isolato, sopravvissuto fino a tempi relativamente recenti. E ciò supporterebbe l’idea che le sepolture intenzionali siano più antiche del previsto, con l’antenato comune Naledi–Sapiens (inteso come lignaggi) che potrebbe risalire potenzialmente a oltre 1,5 milioni di anni fa. I ricercatori indicano chiaramente due possibili spiegazioni evolutive alternative:
Un’origine comune e antica: i comportamenti funerari sarebbero antichi quanto il genere Homo (presenti nell’antenato comune di tutte le specie “umane”) e quindi potrebbero essere stati mantenuti in diversi lignaggi.
Evoluzione convergente: le pratiche funerarie potrebbero essersi evolute in modo indipendente nei diversi lignaggi; 𝙃. 𝙣𝙖𝙡𝙚𝙙𝙞 avrebbe sviluppato autonomamente comportamenti simili a quelli dei Neanderthal e degli umani moderni. Questo significherebbe che la capacità di elaborare comportamenti simbolici o ritualizzati potrebbe non essere unica, non legata strettamente al volume cerebrale, e comparsa più volte nel genere 𝙃𝙤𝙢𝙤 (convergenze evolutive).
Fonte: Berger, L. R., Makhubela, T., Molopyane, K., Krüger, A., Randolph-Quinney, P., Elliott, M., Peixotto, B., Fuentes, A., Tafforeau, P., Hawks, J., et al. (2025). Evidence for deliberate burial of the dead by Homo naledi (Reviewed Preprint, Version 2). eLife.
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