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Lion Man, una statuetta enigmatica del Paleolitico Superiore
Questa particolare statuetta è diventata famosa per ciò che rappresenta, ma anche per ciò che potrebbe (o non potrebbe) raccontare sull'evoluzione umana.
REPERTI ARCHEOLOGICI DEL PALEOLITICO SUPERIORE
11/21/20255 min leggere
Quello che vedete qui è il cosiddetto Lion Man, o Löwenmensch, o semplicemente la statuetta del leone rinvenuta nella Stadel Cave di Hohlenstein, nel sud-ovest della Germania. È un oggetto molto affascinante perché si tratta di una scultura enigmatica datata al Paleolitico superiore, e scoperta nel 1939. I ricercatori l’hanno ritrovata in mezzo a più di 200 frammenti di mammut, ma la cosa particolare è che si tratta di una statuetta teriantropica, cioè metà uomo (la parte inferiore) e metà leone delle caverne, per la precisione torso e testa.
Nel corso degli anni sono state fatte altre scoperte che in qualche modo hanno ampliato le conoscenze su di essa e proprio tra il 2008 e il 2013 è stato possibile chiarire il contesto stratigrafico; infatti, la statuetta proverrebbe dal Livello Au, quello più antico dell’Aurignaziano nella grotta in cui è stata ritrovata. E la datazione è alquanto particolare perché sarebbe compresa tra i 41.000 e i 39.000 anni; per intenderci, la famosa statuetta della Venere ha almeno 30.000 anni, e forse è anche più recente del cosiddetto “Lion Man” e, di conseguenza, al momento si tratterebbe di una delle testimonianze artistiche figurative più antiche conosciute. Ma non tutti concordano sull’età della statuetta, ma questo è un altro discorso.
Grazie alle nuove ricerche sono stati rinvenuti più di 500 frammenti in avorio rinvenuti nello stesso luogo di scavo del 1939 e alcuni di essi appartenevano proprio alla statuetta (si tratterebbe di un pezzo ricavato da una zanna intera, di un incisivo di mammut) e così successivamente essa venne restaurata tra il 2012 e il 2013 ed è emerso che si tratterebbe, come affermato prima, di una figura antropomorfa di sesso maschile. Ma cosa potrebbe rappresentare? Non tutti concordano, in quanto per alcuni, con un pensiero alquanto antropocentrico, testimonierebbe una sorta di “intelletto superiore” del Sapiens nell’Aurignaziano, quindi sinonimo di un pensiero così complesso testimoniato dal fatto che ci sia l’unione intenzionale di categorie (mentali) distinte, persona/uomo e animale. Altri invece contestano l’uso spirituale criticando anche l’attribuzione a una sorta di credenza religiosa. La ricostruzione in generale è complessa perché nel corso del tempo l’oggetto è stato riassemblato più volte, a cui sono stati aggiunti nuovi pezzi in tempi successivi.
In uno degli studi citati (che troverete alla fine dell’articolo) è stata sottoposta a uno studio di neuroscienza cognitiva in modo tale da analizzare, in qualche modo, il pensiero (passato) dell’uomo. Gli autori, attraverso materiali archeologici, cercano quindi di descrivere il mondo cognitivo degli antichi umani dell’Aurignaziano, sulle loro capacità cognitive e cosa ha portato quelle persone a creare una statuetta come questa. In primo luogo, la statuetta potrebbe essere parte integrante di un “concetto astratto”, questo perché si tratta di una fusione di un animale e di una persona. Anche la grandezza è notevole: infatti la figura è alta circa 28 cm e rappresenta un corpo umano/animale eretto ed era stata collocata ad almeno 20 m dalla parete dell’ingresso, non proprio negli spazi abitativi ma in una zona marginale.
Secondo gli autori la statuetta permette di distinguere tre livelli di capacità concettuali, utilizzate proprio nella costruzione della stessa:
Categorie ontologiche di base: sono distinzioni molto elementari, quasi innate, tipo capire se qualcosa è “animato” oppure “manipolabile”.
Tassonomie e modelli multisensoriali: riguardano classificazioni un po’ più raffinate, come distinguere gli animali tra loro o riconoscere concetti come “leone” rispetto a “persona”.
Concetti astratti e funzioni esecutive: qui entra in gioco la capacità di combinare categorie diverse, mantenere più elementi in memoria e manipolarli mentalmente.
Insomma, per gli autori la realizzazione della statuetta richiedeva in primis consapevolezza sia del concetto di persona che di animale. Nel senso che, se sono questi i presupposti, sarebbero stati in grado di capire che non esisteva nessun essere composto da una metà umana e da una metà animale, ma riuscire a distinguere questi concetti (e questo dipende da funzioni legate ai lobi frontali e parietali). Per i ricercatori un ampliamento della corteccia parietale nei moderni Sapiens possa essere collegato con una capacità e una consapevolezza come questa. Ciò non toglie che gli umani più antichi del Sapiens, così come tanti primati e animali, sono consapevoli dell’ambiente circostante e di loro stessi, pertanto comunque è un concetto da prendere con le pinze.
Inoltre, si ipotizza che distinguere ciò che è “animato” (qualcosa che percepisci come “vivo”, che si muove da solo) e ciò che è “manipolabile” (qualcosa che non è vivo ed è qualcosa che si può spostare e toccare) fosse una capacità anche di Homo erectus/ergaster. Ma che la capacità di classificare gli animali (tassonomie biologiche) e la capacità di “tenere e unire più idee”, come unire due categorie precise, siano comparse più tardi, forse in Homo sapiens, sempre per i ricercatori. Insomma, ciò indicherebbe che Homo sapiens dell’Aurignaziano fosse caratterizzato da “comportamenti moderni”, ma questi cambiamenti concettuali difficilmente si preservano nel record fossile ed archeologico; quindi, come indicato anche dai ricercatori, è possibile proporre un approccio neuroscientifico che possa fungere da base, ma senza che ci siano segni evidenti di ciò.
Vediamo altri risultati interessanti:
la statuetta è stata attribuita a una figura maschile perché sembrerebbe essere presente una protuberanza linguiforme che ricorda un pene;
la testa è quella di un leone delle caverne, cioè Panthera spelaea: infatti presenta un muso allungato, delle orecchie approssimativamente triangolari e degli incisivi definiti. Il corpo umano invece presenta un busto umano, spalle relativamente robuste e braccia sempre umane che si sviluppano lungo i fianchi. I piedi invece sono piatti e larghi;
la bocca presenta un angolo relativamente sollevato tanto da far sembrare che la statua stia sorridendo;
la resa del volto, con l’angolo della bocca lievemente sollevato, ha ispirato il titolo “The Smile of the Lion Man”. In generale, i produttori avranno impiegato decine di ore per finire il lavoro;
anche altre grotte aurignaziane mostrano statuette simili, come quelle delle grotte del Giura Svevo (Geissenklösterle, Hohle Fels, Vogelherd), che mostrano uomini-animali, animali realistici e anche figure femminili.
È tutto molto bello ma... uno studio del 2020 smonta un po’ quanto detto fino ad ora, in quanto non esisterebbero prove solide. La documentazione stratigrafica sembrerebbe essere debole, oltre al fatto che gli scavi del 1939, con la II guerra mondiale, non vennero più fatti per poi riprendere nel 1969, quando vennero trovati e aggregati 200 frammenti con uso di adesivi che integrarono le parti mancanti della statua con materiale modellato. Nuovi frammenti, come detto prima, vennero ritrovati (più di 500) tra il 2008 e il 2013, ma non tutti integrati con la statuetta. Quindi, di per sé, c’è qualche problema con l’aggregazione dei reperti.
Oltre a questo, anche l’identificazione zoologica non è così sicura come affermavano le ricerche precedenti. Infatti, potrebbe non trattarsi di un leone in quanto sono assenti le vibrisse, cioè peli/organi tattili, e anche la coda non è definita e in generale questi caratteri non sembrano appartenere a un leone delle caverne, nemmeno a un leone in posizione eretta. Questi ricercatori propongono invece che possa trattarsi di un orso, in quanto sembrerebbe essere più plausibile sia dal punto di vista morfologico che comportamentale. E proprio quest’ultimo punto è molto importante perché l’orso può stare anche “in piedi” e un “uomo-orso” ha molte analogie con altre forme iconografiche del Paleolitico superiore.
Ma anche la documentazione stratigrafica del 1939 è scarsa, in quanto mancano le note degli scavi e alcuni reperti sono stati descritti in modo superficiale, mentre le nuove scoperte proverrebbero da un contesto frammentario e poco chiaro dal punto di vista stratigrafico. La datazione quindi potrebbe essere più recente, forse magdaleniana, ma non sembra esserci al momento sicurezza su ciò. Inoltre contestano la “divinizzazione” della statuetta, in quanto potrebbe trattarsi “semplicemente” di un oggetto-trofeo, di prestigio, magari anche un giocattolo, oppure comunque un oggetto simbolico senza necessariamente essere legato a chissà quale funzione religiosa.
Fonte immagine: Dagmar Hollmann / Wikimedia Commons – Licenza: CC BY-SA 4.0
Fonti:
Clifford, E., & Bahn, P. G. (2020). CWA100 LionMan. Current World Archaeology, (100), 24–29.
Kind, C.-J., Ebinger, N., Wolf, S., e altri (2014). The smile of the Lion Man: Recent excavations in Stadel Cave (Baden-Württemberg, southwestern Germany) and the restoration of the famous Upper Palaeolithic figurine. Quartär, 61, 129–145.
Kind, C.-J. (2019). New Perspectives on the Lion Man Figurine of Hohlenstein-Stadel Cave (Southwestern Germany). In Знаки и образы в искусстве каменного века. Международная конференция. Тезисы докладов (Conference Abstracts).
Thomas Wynn, Frederick Coolidge and Martha Bright (2009). Hohlenstein-Stadel and the Evolution of Human Conceptual Thought. Cambridge Archaeological Journal, 19, pp 73-84
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